DONATELLA IZZO. STRETCHING DELL’ANIMA 

 

Sospensione, precarietà, isolamento metafisico.
Stiramento, allungamento, deformazione reversibile, torsione, muscoli tesi fino a un attimo prima dello strappo.
Inversione della terribilità del letto di Procuste, allorchè l’operazione di allungamento traumatico delle estremità del corpo consente di essere fissati in un momento di trascendenza e di elevazione. Pro- prio nel momento della massima tensione insorge la possibilità di guardarsi dentro con sguardo epifanico.

La deformazione dei corpi di Donatella Izzo ha segno opposto –complementare- rispetto a quella di Francis Bacon; e dimensione altra rispetto alle contorsioni scioccanti del corpo nudo ritratto da molta figurazione in cerca del prefisso post-. Anziché lo shock e l’urlo in quanto tale, l’eloquenza in forma pura, non compromessa.

Raramente l’aneddoto della tecnica usata coincide così perfettamente con l’estetica dell’artista. Raramente un referente così autoreferenziale, completamente interno all’estetica delle opere, pro- duce un senso poetico così universalistico.

L’epifania si origina da una foto, “incisa” su tessuto elastico che viene montato su telaio. Il tessuto viene poi esteso verticalmente, fino al limite prima della slabbratura. A questo punto Donatella dà consistenza all’immagine ormai deformata dipingendovi sopra; la figura viene inoltre resa aleatoria dall’azione degli acidi che corrodono tessuto e immagine.

Tale corrosione, anziché dissolvere il corpo, lo dota di materialità e attualità: in taluni casi si crea come una squamatura della pelle, talvolta compaiono delle nodosità che sembrano colonne ver- tebrali fuori asse. I segni geometrici fungono da provvisiorie coordinate di equilibrio per i corpi: le righe, simili a quelle di Mondrian nella sua fase di passaggio dalla figurazione all’astrazione, vanno a costituire un referente sia per l’occhio dello spettatore che per quello dello stesso protagonista. Le croci sono simbolo di una religiosità che può essere ben compresa anche da un laico; talora il centro della croce è il punto di fuga, pregno di speranza, per lo sguardo del personaggio. Inoltre, le linee e le campiture chiare che talora ostruiscono il campo di movimento del soggetto, creano allo stesso tempo per esso una dimensione, uno spazio costituito da diversi piani.

Eppure si tratta di spazio aleatorio: i quadri della Izzo sono tipici esempi di ucronie e utopie. Il tempo e il luogo non sono semplicemente indeterminati: di più, si tratta di universi senza tempo e senza luogo. Dapprima viene fermato un momento dello scorrere dialettico dell’esistenza; dopodichè, gra- zie alla tecnica sopra descritta, tale istante viene svuotato di temporalità e collocazione spaziale. Le “tele” acquistano qualità sindonica: quasi la reificazione di una preghiera, un momento di autoanalisi quasi mistica.

Lasciamo che questi corpi vengano a noi, fruitori dell’arte. 

Stefano Castelli

Testo critico della mostra "Take Five", Milano, Galleria Obraz, 2006

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